DOMANDE E RISPOSTE SULLA TERAPIA STRATEGICA

Di seguito alcune interessanti domande che normalmente ci si pone su questo tipo di terapia

Per chi è indicata la Terapia Breve Strategica?

 

La Terapia Breve Strategica è indicata, in primo luogo, per tutti i disturbi psicologici fortemente impedenti, ovvero caratterizzati da una sintomatologia acuta e invalidante, quali i disturbi fobico-ossessivi (ansia, attacchi di panico, fobie, ossessioni, compulsioni, ipocondria), i disordini alimentari (anoressia, bulimia, sindrome da vomito, binge-eating), la depressione, i problemi sessuali (maschili e femminili).

L’intervento strategico appare estremamente efficace anche nell’affrontare i più frequenti problemi di ordine relazionale (problemi sentimentali o di coppia, problemi di relazione genitori-figli, difficoltà a livello interpersonale), blocchi di performance, problemi scolastici, problemi dell’età evolutiva e tutte le sintomatologie potenzialmente impedenti ma che si trovano anche nella fase di strutturazione iniziale (ad esempio fobie non ancora generalizzate e disturbi alimentari non del tutto organizzati).


 

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Quanto dura una Terapia Breve Strategica?

 

Per definizione, la terapia breve strategica è un intervento psicoterapeutico focale breve,che mediamente non supera le 20 sedute. L'esatta durata della terapia varia a seconda delle specifiche situazioni e problematiche. Nella maggior parte dei casi tale forma di intervento induce i primi cambiamenti già a partire dalle prime sedute del trattamento. E' regola dei terapeuti strategici (che sono affiliati al CTS di Arezzo e monitorati dal Prof. Nardone) verificare costantemente l'efficacia dell'intervento, chiedere l'eventuale supervisione al Prof. Nardone e, qualora alla decima seduta osservassero il problema invariato, indirizzare la persona a un collega dello stesso o di diverso orientamento.


 

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Le sedute sono settimanali?

 

Nelle prime fasi del trattamento, le sedute di Terapia Strategica possono essere a cadenza settimanale o quindicinale, a seconda del tipo di problema presentato e delle esigenze della persona stessa. Una volta ottenuto lo sblocco del disturbo e il primo sostanziale miglioramento, le sedute vengono ulteriormente distanziate per permettere alla persona di sperimentare le ritrovate risorse e capacità nella vita quotidiana, senza che venga a crearsi una forte dipendenza dal terapeuta. La terapia ha termine con 3 controlli (follow-up) condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine della terapia, per verificare il mantenimento del risultato nel tempo.


 

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Quanto dura una seduta?

 

La durata di una seduta non è mai predeterminata, ma varia di volta in volta a seconda delle diverse esigenze della persona in terapia, della fase di trattamento in cui si trova e del tipo di problema presentato. La durata di una seduta può dunque variare da un’ora o più (nei primi incontri) fino a 20 minuti (generalmente nelle fasi avanzate del trattamento), a seconda della valutazione del terapeuta riguardo all’avvenuto raggiungimento degli obiettivi di ciascun incontro. Anche per quanto riguardo la durata della seduta, dunque, l’unica linea guida fondamentale seguita dal terapeuta appare l’estrema flessibilità, ma sempre guidata da specifici obiettivi prefissati e concordati.


 

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La Terapia Breve Strategica dà risultati duraturi nel tempo?

 

Dalle ricerche effettuate su migliaia di casi trattati negli ultimi 15 anni con la terapia breve strategica, sia dal Prof. Giorgio Nardone che dai suoi terapeuti affiliati e dai follow-up condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine della terapia, si evidenzia non solo un’elevata efficacia dell’intervento in termini di soluzione del problema, ma anche e soprattutto il mantenersi di tali risultati nel tempo.


 

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La Terapia Breve Strategica prevede l’utilizzo di farmaci?

 

La Terapia Breve Strategica è un intervento psicoterapeutico e, come tale, non prevede l’ausilio di farmaci. Qualora il paziente arrivasse in terapia con una cura farmacologica in corso, si suggerisce di proseguire con questa, seguendo le indicazioni del proprio medico o psichiatra. Sarà preoccupazione del terapeuta, negli ultimi stadi della terapia e in seguito a consultazione con il medico o lo psichiatra curante, renderlo in grado, se possibile, di ridurre gradualmente l’assunzione dei farmaci, fino ad arrivare ad una completa interruzione del loro uso.


 

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Attualmente sto seguendo una terapia farmacologica per il mio disturbo, posso iniziare la terapia breve strategica o devo prima interrompere l’uso dei farmaci?

 

Accade frequentemente, soprattutto nei casi di disturbi impedenti e generalizzati (disturbi d’ansia, fobie, attacchi di panico, agorafobia, ipocondria, ossessioni, compulsioni; disordini alimentari; depressioni e psicosi), che la persona giunga in terapia con una terapia farmacologica in corso. In questi casi è opportuno che la persona eviti di sospendere o variare la propria terapia farmacologica per tutta la prima parte della psicoterapia, fino a quando non siano stati prodotti sostanziali cambiamenti nella sintomatologia presentata. Negli stadi più avanzati del trattamento, al contrario il terapeuta, in collaborazione con lo specialista che ha prescritto la terapia farmacologica, procederà a ridurre i farmaci fino allo loro totale eliminazione. È tra gli obiettivi primari della terapia strategica liberare la persona dalla dipendenza dal farmaco, aspetto peculiare per poter dichiarare il trattamento concluso efficacemente.


 

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Vorrei iniziare una Terapia Breve Strategica, ma ho letto dei testi di psicoterapia strategica in cui erano descritte alcune tecniche e manovre di intervento. Conoscere tali tecniche può in qualche modo ostacolare il mio percorso terapeutico?

 

Conoscere le manovre strategiche non rappresenta in alcun modo un ostacolo per l’efficacia dell’intervento. Nella maggioranza dei casi, al contrario, l’essere già a conoscenza del tipo di impegno che potrà venire richiesto durante la terapia strategica o dell’effetto che alcune tecniche possono sortire, rappresenta un agevolatore del cambiamento terapeutico.


 

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La Terapia Strategica è una terapia puramente sintomatica? E se si, c’è il rischio che una volta risolto un sintomo si vada incontro a sintomi sostitutivi?

 

La Terapia Breve Strategica si occupa, da una parte, di eliminare i sintomi o i comportamenti disfunzionali per i quali la persona è venuta in terapia, dall’altra, di produrre il cambiamento delle modalità attraverso cui questa costruisce la propria realtà personale e interpersonale.

In altri termini, l’obiettivo è produrre dei cambiamenti nella percezione della realtà della persona e non solo nelle sue reazioni comportamentali, in modo da spostare il suo punto di osservazione dalla posizione originaria, rigida e disfunzionale, ad una prospettiva più elastica e con maggiori possibilità di scelta. La Terapia Breve Strategica rappresenta, dunque, un intervento radicale e duraturo e non una terapia meramente sintomatica, per cui una volta risolto il problema portato in terapia, non si sviluppano sintomi sostitutivi.


 

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In questo momento della mia vita sto affrontando invano una serie di problemi correlati fra loro che mi stanno travolgendo. Nonostante la mia situazione sia molto complessa, posso intraprendere con beneficio una Terapia Strategica Breve?

 

Quando la situazione problematica si presenta complessa e sfaccettata, in cui differenti problemi si sommano e si aggravano reciprocamente, il compito del terapeuta strategico è quello di individuare, insieme al cliente, delle priorità di intervento su cui focalizzare le prime manovre del trattamento. Mediante la logica del “si conosce cambiando”, il terapeuta guiderà la persona ad affrontare gradualmente tutti gli altri aspetti della situazione problematica, fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi concordati all’inizio della terapia.


 

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Attualmente sto seguendo una terapia presso uno specialista (medico, psicologo, psichiatra). Posso iniziare una Terapia Strategica oppure devo prima interrompere il trattamento in corso?

 

La persona che sta seguendo una terapia di altro tipo o una terapia farmacologica, può rivolgersi ad un terapeuta strategico senza dover interrompere il trattamento attualmente in corso, poiché la Terapia Breve Strategica non presenta alcuna controindicazione rispetto alla coesistenza di altri interventi terapeutici e non risente di interferenze rispetto ad altri percorsi psicoterapici.


 

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Un mio familiare ha dei problemi che potrebbero essere risolti con una Terapia Breve Strategica, ma non vuole rivolgersi ad uno specialista. Cosa posso fare?

 

Accade molto spesso che le persone affette da determinati disturbi, come ad esempio disordini alimentari, depressioni o particolari difficoltà relazionali, rifiutano di rivolgersi ad uno specialista o appaiono estremamente resistenti a qualsiasi tipo di intervento. In questi casi la famiglia, se adeguatamente indirizzata, può svolgere un ruolo determinante nel trattamento del disturbo.

In questi casi, il terapeuta strategico è solito fare un primo colloquio con i familiari o con le persone vicine a colui che vive il problema, valutando con loro la situazione e il possibile intervento. Il terapeuta potrà dare indicazioni concrete su come cercare di coinvolgere la persona nella terapia, oppure su come comportarsi in relazione alla persona e al disturbo in questione, ricorrendo in tal modo ad una forma di terapia indiretta. Conclusa questa prima fase, può accadere che il paziente designato decida di entrare in terapia. Negli altri casi la terapia procede solo in maniera indiretta.


 

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Ritengo di avere un problema non particolarmente impedente o grave, ma sento comunque la necessità di consultare uno psicologo. Devo intraprendere un percorso di psicoterapia o esistono anche altre forme di intervento strategico?

 

Per risolvere un problema non sempre è necessario intraprendere una psicoterapia. Nei casi di problemi non particolarmente acuti e pervasivi, il terapeuta strategico può proporre un intervento di consulenza breve strategica piuttosto che una vera e propria terapia. La consulenza breve risulta essere particolarmente indicata quando si ha a che fare con disturbi definibili come “non impedenti”, ovvero problemi che pur limitando in modo circoscritto le opportunità di un individuo, non ne ostacolano la vita quotidiana.

I disturbi non impedenti comprendono differenti categorie: problemi di coppia o sentimentali; difficoltà nelle relazioni interpersonali; problemi di relazione genitori-figli; problemi scolastici; blocchi della performance; sintomatologie potenzialmente impedenti ma non ancora strutturate. La consulenza breve (solitamente al di sotto delle 5 sedute) è indicata per tutti coloro che intendono trovare soluzioni rapide a difficoltà che vengono vissute in un dato momento della propria esistenza, come insuperabili senza un valido aiuto esterno.


 

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Attualmente sto vivendo un momento particolarmente difficile della mia vita; mi sento così confuso da non riuscire ad identificare uno specifico problema su cui lavorare. Può essermi d’aiuto una Terapia Breve Strategica?

 

Talvolta può accadere che una persona si senta talmente confusa e sofferente da non riuscire a definire chiaramente il proprio disagio. In questi casi è compito del terapeuta guidare la persona a identificare con chiarezza il problema che lo affligge concordando gli obiettivi da raggiungere. Presupposto fondamentale per poter intraprendere una psicoterapia è dunque quello di concordare uno o più obiettivi su cui lavorare, anche in assenza di una chiara definizione del problema.


 

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Credo di avere un problema di coppia, ma il mio compagno non vuole rivolgersi ad uno specialista. Posso fare qualcosa anche da solo?

 

Sebbene la Terapia Breve Strategica lavori anche con le coppie, vedendo entrambi i partner in seduta, buona parte di questi problemi relazionali può essere affrontata mediante un lavoro terapeutico condotto sul membro della coppia che dichiara di vivere un disagio senza dover coinvolgere il partner nella decisione. Sarà compito del terapeuta analizzare il tipo di problema manifestato e valutare se sarà possibile o addirittura preferibile condurre la terapia con uno solo dei membri della coppia, o se sarà invece necessario coinvolgere in qualche modo l’altro partner almeno in qualche fase del trattamento.


 

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Nostro figlio/a ha problemi che richiedono l’intervento di uno specialista, ma riteniamo sia troppo piccolo per affrontare una terapia. Possiamo fare qualcosa come genitori?

 

Da un punto di vista strategico, portare in consultazione psicologica un bambino è un evento potenzialmente dannoso. Difatti, oltre a dar vita ad un pericoloso processo di “etichettamento diagnostico” a partire fin dai primi anni di vita, l’essere in cura da uno psicologo rischia di far sentire il bambino “anormale”, “cattivo” o comunque “diverso”. Questo non può che avere conseguenze negative sul suo sviluppo psicologico.

Oltre a ciò, quando si ha a che fare con bambini al di sotto dei 12-13 anni (prima della pre-adolescenza), la leva più vantaggiosa per produrre un cambiamento appare la famiglia stessa, piuttosto che la figura esterna del terapeuta.

In altri termini, la via principale per produrre dei cambiamenti rapidi e persistenti in un bambino passa attraverso il lavoro indiretto condotto con i genitori. Grazie a concrete indicazioni di comportamento, i genitori saranno guidati dal terapeuta a modificare le loro “tentate soluzioni” che porteranno alla risoluzione del problema presentato dal figlio, senza che sia necessario vedere il bambino in seduta nemmeno una volta.


 

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Nostro figlio/a ha problemi che richiedono l’intervento di uno specialista, ma si rifiuta di intraprendere una terapia. Cosa possiamo fare?

 

Talvolta succede che i genitori rilevino segnali preoccupanti nel proprio figlio/a che inducono a ritenere utile un intervento psicoterapico o una consultazione psicologica. Accade, però, frequentemente che i figli, soprattutto nell’età dell’adolescenza o nella prima età adulta, rifiutino di accettare l’esistenza di un problema e, di conseguenza, di consultare uno specialista. Questo accade spesso nell’ambito dei disordini alimentari (anoressia, bulimia, vomiting e binge-eating), in cui la figlia nega di avere alcun tipo di problema con il cibo, ma anche relativamente a problemi di tipo fobico-ossessivo (ansia, compulsioni, fobie, etc.), relazionale (difficoltà a relazionarsi con i pari, aggressività verso i familiari, etc.) o depressivo. Possiamo considerare in questa categoria anche tutti i casi di difficoltà scolastiche o relazionali con i genitori che, sebbene meno allarmanti da un punto di vista diagnostico, sono comunque causa di sofferenza e disagio in famiglia.

Quando questo si verifica, il terapeuta è solito fare un primo incontro con i genitori e valutare con loro se il problema richieda un intervento psicoterapico e, se si, di quale tipo. Lo specialista potrà dare indicazioni concrete ai genitori su come comportarsi con il figlio/a che manifesta il problema, ricorrendo in tal modo ad una forma di terapia indiretta, oppure dare indicazioni e suggerimenti su come cercare di coinvolgere il figlio/a nella terapia.

Accade spesso che un intervento inizialmente indiretto, condotto solo attraverso i genitori, si trasformi in un secondo momento in un intervento misto, ovvero condotto sui genitori e sul figlio, il quale appare più disposto ad entrare in terapia sulla scia dei cambiamenti messi in atto dai genitori.


 

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